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Il nostro saluto ad Ariberto

Ott 08

Siamo scossi dalla notizia della prematura scomparsa di Ariberto Necchi della Silva, un collega e amico carissimo, socio da sempre del Club Santa Chiara. In queste ore il pensiero va alla sua famiglia, a sua moglie e ai suoi figli ora soli da un momento all’altro. E’ un segno potente della caducità della nostra esistenza e del fatto – da non scordare mai – che siamo nella mani di un Altro. Ricordiamo tutti la sua brillante carriera in alcune delle più prestigiose e importanti agenzie di PR del Paese: SEC, Edelmann, Fleishman e poi la scelta coraggiosa di mettersi in proprio e di affrontare senza rete la sfida del mercato in un momento peraltro non facile. Il Mistero della morte e del dolore ci interroga sempre ma quando un amico se ne va così la domanda si fa più acuta, il senso di gratitudine per ogni istante che ci viene donato più intenso, la responsabilità di vivere con pienezza e serietà il tempo che ci è dato ancora più forte.


Ciao, caro Ariberto. Pensaci e sostieni da Lassù il nostro cammino.


Lucio Bergamaschi

per il Club Santa Chiara 


 


Cari amici,

                      condivido  lo spirito e le intenzioni delle parole espresse dall’amico Bergamaschi circa la prematura scomparsa del nostro caro Ariberto.


           Ad esse vorrei solo aggiungere un ricordo personale e un commento.

Il ricordo, molto vivido, è quello della sera della consegna del Premio Santa Chiara a Paolo Mieli.

Dopo l’incontro, nel bar del Circolo della Stampa, eravamo rimasti una quindicina di persone a commentare l’andamento della serata, Ariberto era tra costoro, gli altri presenti erano diversi membri del direttivo, mia moglie e due giornalisti ospiti, appunto, dello stesso Necchi.


Mentre la discussione notturna ferveva, Ariberto mi prese da parte e mi disse: “vedi, questo mio amico de Il Mondo che ti ho appena presentato è una carissima persona, ma non crede in Dio.

Io appena posso lo invito al Club Santa Chiara perché qui, caro Marco, in modo originale e coinvolgente, avverto come sia possibile incontrare persone  in grado di testimoniare la gioia di essere cristiani anche nella propria professione, come io non sono in grado di documentare da solo.”


A quelle parole rimasi turbato e rientrando a casa, il giorno dopo, insieme all’amico Mirandola, pensai che avrei dovuto reincontrare Ariberto per invitarlo a partecipare alla riunioni del direttivo

Poi venne l’estate, per mia fortuna lunga e il settembre passò in fretta..


Ora il tempo sembra essersi fermato.  In realtà per Ariberto è iniziato un altro tempo, quello definitivo dell’eternità.  La sua sincera passione per Dio e per la verità, che lo aveva visto vivo e presente, tra i più convinti, fin dai tempi dell’Università Cattolica, permette ora,  a ciascuno di noi, di ricordarci con gratitudine di Lui e del motivo per cui si è al mondo. A lui di essere nella gioia.


La testimonianza di vita e di professione che Ariberto ci ha dato ci rende fieri di averlo avuto come amico e  rende orgoglioso ogni membro della sua famiglia, a partire dalla amata moglie, per aver avuto un marito e un padre che innanzitutto è stato un uomo vero, per loro e per tutti noi.


                                                                                                               Marco Palmisano

                                                                                                      Presidente Club santa Chiara




 Prima che venga notte

di Marina Corradi


Lo schiaffo della morte improvvisa di un amico e tutte le cose che non ci sarebbero state senza di lui

«L’eterno riposo dona a lui, o Signore. Splenda a lui la luce perpetua». Nella chiesa alla periferia di Milano in una sera di ottobre, per un amico morto all’improvviso s’è radunata una gran folla. Muti, prima che inizi il rosario, tramortiti da quel suo essersene andato in un giorno. Immobili, che puoi guardarne come fossero una fotografia le facce – molti non li vedevi da anni, e li ritrovi invecchiati, oppure erano bambini e li scopri ormai grandi, con un’ombra di barba sulle guance.

Un pezzo non breve della tua vita ti sta davanti, stasera, impietrita dallo schiaffo di una morte arrivata come un ladro. Di quei quattro ragazzi seduti al primo banco accanto alla moglie, una te la ricordi al tuo matrimonio, neonata, in braccio al padre. E tutto in quel giorno di giugno era promessa, tu vestita di bianco, e quegli amici con la loro bambina. L’unica femmina. Lui la chiamava, da piccola, «la mia principessa».

(«L’eterno riposo dona a lui, o Signore», ripete l’assemblea.)«È stato A. – ti racconta qualcuno – a portarmi per la prima volta a San Siro. Inter-Pisa, c’era. Era pazzo dell’Inter, ancora adesso andava anche in trasferta».

(«L’eterno riposo dona a lui, o Signore».)

«Da ragazzo – ricorda un altro – lo vedevi arrivare in università solo all’ora di pranzo. Era sempre affamatissimo. Un giorno al ristorante ripulì così bene col pane il piatto delle lasagne che il cameriere, credendo di non avergli portato il primo, glielo riportò».

(«L’eterno riposo dona a lui, o Signore».)

E tu, a casa di quest’amico, hai conosciuto l’uomo che avresti sposato. Che era un timido, e ancora sorridi nel ricordare la prima uscita, una sera, in tre: tu, l’aspirante fidanzato e il suo amico A. a fargli coraggio. Tutto era nuovo, tutto era promessa quella sera. Stanotte non fa freddo, ma senti già il fiato umido dell’autunno addosso.

(«L’eterno riposo dona a lui, o Signore».)

Abbracci con lo sguardo i tuoi figli, accanto a te. Non ci sarebbero, pensi, senza quell’amico che costringeva l’altro a telefonarti: «Chiamala, deciditi, cretino!». Allora una tenerezza e gratitudine smuove la massa cupa di tristezza di un rosario in morte di un amico. Qualcosa che intravvedi anche sulle facce degli altri, gli ex compagni di università, i colleghi. Nel dolore, il non poter dimenticare ciò che si è ricevuto. E dunque non rabbia: ma il silenzio attonito di chi, non comprendendo, pure ostinatamente si fida. È buia e giallastra alla luce dei fari questa notte a Lambrate – e quanto luminoso e lieto invece quel mattino di giugno delle tue nozze. Ma ci ritroveremo ancora, fuori da queste tenebre, nel sole, prometti perentoria. La morte brucia come uno schiaffo sulle guance; eppure tu così stranamente certa, in questa notte d’autunno, che ciò che è promesso è vero. 

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